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Carlo Messina: “Le banche pagheranno 25 miliardi, basta colpire solo noi”
Le banche italiane finanzieranno 25 miliardi di euro di spesa pubblica attraverso il versamento delle imposte, a fronte di circa 50 miliardi di utili generati dall’intero comparto. A scandire la cifra è Carlo Messina, consigliere delegato e CEO di Intesa Sanpaolo, intervenuto al Forum internazionale dell’agricoltura e dell’alimentazione organizzato da Coldiretti a Roma. Il banchiere ha espresso un chiaro supporto alla gestione prudente dei conti pubblici del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, contestando duramente al contempo l’ulteriore sacrificio fiscale richiesto al settore del credito e rilanciando i dettagli strategici sull’operazione legata a Banca Monte dei Paschi di Siena.
La posizione del numero uno di Ca’ de Sass unisce il riconoscimento per la cautela sul debito sovrano alla ferma difesa degli impegni già assunti dal governo. La questione centrale non riguarda unicamente il carico tributario, bensì il rispetto degli accordi istituzionali precedentemente sottoscritti con Palazzo Chigi.
Manovra e patto con il governo: la rottura dell’accordo triennale
Il nodo principale dello scontro risiede nell’intesa raggiunta nel 2025 tra il Ministero dell’Economia e delle Finanze guidato da Giancarlo Giorgetti, il viceministro Maurizio Leo, i vertici dell’ABI e la premier Giorgia Meloni. Tale piano prevedeva un contributo volontario del settore bancario strutturato su base pluriennale proprio per garantire equilibrio e prevedibilità ai conti dello Stato.
Certo, ci ho creduto, ho parlato con Giorgia Meloni. Noi avevamo proposto di farlo solo annuale, ma ci hanno detto di farlo triennale perché così si sarebbe data stabilità al bilancio pubblico e anche alle banche.
Secondo Carlo Messina, tornare a prelevare risorse in modo mirato e continuativo dallo stesso comparto rischia di esporre gli amministratori a contestazioni legali da parte degli investitori istituzionali. La disparità di trattamento rispetto ad altri settori economici solleva interrogativi di coerenza fiscale e persino dubbi di legittimità costituzionale.
Molti ritengono comunemente che le banche registrino tassi di crescita finanziaria senza eguali nell’economia italiana. La realtà dei bilanci smentisce questo mito: gli istituti di credito segnano incrementi compresi tra il 5% e il 10%, mentre altre grandi realtà industriali con utili superiori a 500 milioni di euro mostrano tassi di espansione compresi tra il 70% e il 200% senza essere sottoposte a prelievi straordinari equivalenti.
Il ruolo del sistema creditizio nel debito pubblico

A supporto del rigore finanziario, le banche italiane hanno progressivamente rafforzato la propria esposizione diretta verso i conti nazionali. In seguito all’accordo del 2025, il portafoglio di titoli di Stato detenuto dagli istituti bancari è salito a quota 400 miliardi di euro, ai quali si sommano 200 miliardi in capo alle compagnie assicurative.
Questo massiccio sostegno al debito espone tuttavia gli intermediari a rilevanti rischi patrimoniali, a partire dalle potenziali minusvalenze generate dalle fluttuazioni dei tassi d’interesse decisi dalla banca centrale. Un impegno che, nelle parole del CEO di Intesa Sanpaolo, meriterebbe stabilità normativa piuttosto che continui ritocchi alle regole del gioco fiscale.
| Aspetto strategico | Dato o posizione di Carlo Messina |
|---|---|
| Gettito fiscale versato dalle banche | 25 miliardi di euro su 50 miliardi di utili complessivi |
| Titoli di Stato in portafoglio bancario | 400 miliardi di euro (più 200 miliardi del settore assicurativo) |
| Nuovo aumento di capitale Intesa Sanpaolo | Fino a 5,7 miliardi di azioni per un valore indicativo di 34,3 miliardi |
| Riorganizzazione sportelli Mps | Oltre 620 a Intesa Sanpaolo e 635 destinati a Unipol |
| Liquidità privata ferma sui conti | 1.400 miliardi di euro (di cui 400 miliardi di liquidità delle imprese) |
Opas su Mps e assetti strategici su Mediobanca e Generali
Sul fronte del risiko bancario, Carlo Messina ha delineato i contorni dell’Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio (Opas) su Banca Monte dei Paschi di Siena, ribadendo che l’operazione crea valore tangibile per gli azionisti, la clientela e l’intero sistema Paese. L’aumento di capitale deliberato per sostenere l’operazione prevede l’emissione di un massimo di 5,7 miliardi di nuove azioni ordinarie, per un controvalore stimato fino a 34,3 miliardi di euro.
La gestione delle filiali e il nodo Antitrust
Il piano industriale collegato all’integrazione di Rocca Salimbeni prevede una redistribuzione geografica della rete commerciale. Oltre 620 sportelli dell’istituto senese confluiranno all’interno del perimetro di Intesa Sanpaolo, mentre altri 635 sportelli passeranno sotto il controllo di Unipol. L’amministratore delegato ha sottolineato la massima fiducia nei confronti delle decisioni che verranno assunte dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato per tutelare l’equilibrio del mercato retail.
L’operazione riflette impatti diretti anche sugli equilibri della finanza milanese. Blindare l’assetto di Mediobanca rappresenta per Messina una mossa cruciale per garantire la piena autonomia di Assicurazioni Generali. La presenza di Intesa Sanpaolo al 13,5% della compagnia triestina mette al riparo il gruppo da manovre ostili esterne, creando una convergenza costruttiva con azionisti di rilievo quali UniCredit, Delfin, il gruppo Caltagirone e la holding Benetton.
La critica all’Unione Europea e la liquidità congelata

Lo sguardo dell’AD si è allargato infine alle debolezze strutturali del mercato europeo. La difficoltà nell’attrarre capitali globali, soprattutto nei segmenti cruciali dell’intelligenza artificiale e dell’alta tecnologia, deriva secondo il manager da una struttura istituzionale frammentata e farraginosa.
L’Europa non riuscirà mai ad attrarre questi capitali perché ha una governance barocca.
Per superare questa paralisi, la proposta consiste nell’istituire figure centrali sul modello federale statunitense, a partire da un ministro dell’Economia unico e un ministro della Difesa unico per l’intera Unione. In assenza di una semplificazione radicale, la fuga dei capitali verso altri mercati non potrà essere arginata.
Il paradosso evidenziato risiede nell’immensa ricchezza privata non utilizzata presente all’interno dei confini nazionali: oltre 1.400 miliardi di euro giacciono congelati nei depositi e nei conti correnti, di cui 400 miliardi di euro appartenenti alle imprese. Mobilitare queste risorse verso l’economia reale e garantire al contempo un’equa coesione sociale rappresentano i pilastri irrinunciabili per consolidare la crescita economica italiana.
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