Ex Ilva, scattano 2.500 licenziamenti nell’indotto: cordata di 14 imprenditori al bivio
L’Associazione Indotto AdI e General Industries (Aigi) ha formalizzato l’avvio della procedura di licenziamento collettivo per oltre 2.500 lavoratori dell’ex Ilva di Taranto.
Il presidente dell’associazione, Nicola Convertino, ha qualificato la misura come un passaggio estremo quanto obbligato, generato dal termine fissato per la chiusura dell’area a caldo a ottobre.
L’associazione di categoria segnala che la mancata programmazione preventiva ha impedito alle ditte dell’indotto di strutturare percorsi di continuità e mettere in sicurezza le proprie attività produttive.
La due diligence della cordata industriale
Mentre si apre la procedura di licenziamento, quattordici tra i primari gruppi siderurgici italiani hanno trasmesso una manifestazione d’interesse non vincolante per l’acquisizione degli asset dello stabilimento.
Emma Marcegaglia, presidente e amministratore delegato di Marcegaglia Holding, ha confermato al Forum Teha di Cernobbio che il consorzio d’imprese sta esaminando i conti e gli impianti con una due diligence congiunta.
Il confronto resta su un piano interlocutorio per via delle criticità strutturali del sito pugliese e della complessità tecnica del dossier.
L’impatto della sentenza sull’area a caldo
Il percorso industriale della cordata risente direttamente del provvedimento della Corte d’Appello che ha disposto la chiusura dell’area a caldo, reparto fulcro in cui si concentrano le maggiori forze lavoro dirette e terziarizzate.
Senza la produzione primaria interna, l’operatività dell’acciaieria dipenderebbe dall’approvvigionamento di semilavorati esteri, materiali difficili da reperire all’interno del mercato continentale.
Il nodo delle quote di importazione europee
Le scelte commerciali della Commissione Europea rappresentano l’ago della bilancia per qualsiasi piano di rilancio.
Emma Marcegaglia ha evidenziato che l’eventuale imposizione da parte di Bruxelles di tetti o barriere all’ingresso per i semilavorati renderebbe insostenibile l’intero progetto industriale per Taranto.
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