Gloria Steinem morta a 92 anni: le inchieste e le battaglie che hanno cambiato il femminismo

Gloria Steinem morta a 92 anni: le inchieste e le battaglie che hanno cambiato il femminismo
Gloria Steinem morta a 92 anni: le inchieste e le battaglie che hanno cambiato il femminismo

Gloria Steinem è morta all’età di 92 anni nella sua casa di New York. Giornalista, saggista e figura cardine della seconda ondata femminista degli anni Settanta, ha lavorato fino agli ultimi giorni continuando a scrivere e a organizzare incontri comunitari.

La sua parabola pubblica ha incrociato le grandi vertenze per i diritti civili americani con la cultura di massa. È stata interpretata da Julianne Moore nel film biografico The Glorias, da Rose Byrne nella serie televisiva Mrs America e ha partecipato a un cameo nei panni di se stessa nella serie And Just Like That.

L’inchiesta sotto copertura nel Playboy Club

La carriera giornalistica di Steinem ha avuto una svolta decisiva nel 1963 con la pubblicazione dell’inchiesta in due puntate A Bunny’s Tale sulla rivista Show. Per documentare le reali condizioni di lavoro imposte da Hugh Hefner, si fece assumere come coniglietta nel club di New York con la falsa identità di Marie Catherine Ochs.

Gloria Steinem wearing playboy bunny costume. Photo filed 1980.
Gloria Steinem con il costume da coniglietta del Playboy Club.

L’articolo svelò uno schema sistematico di sfruttamento economico e pressioni psicologiche. Nonostante una retribuzione teorica tra i 200 e i 300 dollari a settimana, il club costringeva le dipendenti ad acquistare trucco e divise a proprie spese, trattenendo inoltre il 50% dei primi 30 dollari di mance ricevute.

La libertà riproduttiva e la presa di coscienza

Nel 1969 Steinem partecipò a una riunione organizzata dal collettivo femminista Redstockings in una chiesa del Greenwich Village, dove diverse donne parlavano apertamente delle proprie interruzioni di gravidanza clandestine. L’episodio spinse la giornalista a rendere pubblica la propria esperienza, avvenuta a Londra all’età di 22 anni con l’assistenza riservata del medico John Sharpe.

A lei si deve la diffusione della formula “libertà riproduttiva”, impiegata nel saggio After Black Power, Women’s Liberation. Da quel momento la rivendicazione dell’autodeterminazione sanitaria e corporea divenne un asse portante del suo lavoro editoriale e politico.

La rivoluzione editoriale di Ms. Magazine

Nel dicembre del 1971 Steinem promosse, insieme a colleghe come Dorothy Pitman Hughes e Patricia Carbine, un numero pilota di Ms. Magazine inserito nel New York Magazine. La tiratura iniziale di 300.000 copie andò esaurita in otto giorni.

Il 1° luglio 1972 il progetto debuttò autonomamente in edicola con Wonder Woman in copertina e una redazione formata esclusivamente da donne. All’interno compariva l’appello collettivo We have had abortions, firmato da oltre cinquanta esponenti del mondo della cultura e dello spettacolo.

L’organizzazione del consenso politico

Nel 1971 Steinem figurò tra le promotrici del National Women’s Political Caucus al fianco di Bella Abzug, Shirley Chisholm e Betty Friedan. L’obiettivo primario era spingere il Congresso ad approvare l’Equal Rights Amendment per sancire la piena parità costituzionale tra i sessi negli Stati Uniti.

Parallelamente, a partire dal 1967, l’attivista trasformò il proprio appartamento newyorkese nella sede permanente dei Talking Circles, assemblee periodiche di confronto orizzontale aperte a professioniste e militanti.

La decostruzione della violenza domestica

Durante gli anni Settanta le percosse coniugali venivano ancora archiviate come dissidi privati o conseguenze inevitabili della natura maschile. Steinem impostò una lettura differente, definendo l’abuso domestico uno strumento sociale teso a garantire il controllo demografico e relazionale sulla popolazione femminile.

Negli scritti raccolti in volumi come Autostima, la rivoluzione parte da te, documentò come i divieti formali e informali condizionassero l’accesso allo spazio pubblico. Uno degli episodi scatenanti della sua militanza risaliva al rifiuto opposto dal personale del Plaza Hotel di New York, che le impedì di sostare nella hall poiché identificata come “donna non accompagnata”.

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