Tra il 2 e il 6 settembre 1666 un devastante rogo cancellò l’80% del centro di Londra. In soli quattro giorni andarono distrutti circa 13.200 edifici residenziali, 87 chiese parrocchiali e sei cappelle, inclusa l’antica cattedrale di Saint Paul.
La capitale inglese usciva da un periodo drammatico: appena un anno prima, nel 1665, una violenta epidemia di peste aveva provocato circa 100.000 vittime su una popolazione stimata tra i 400.000 e i 500.000 residenti, di cui circa 80.000 concentrati nella City.
All’epoca la conformazione urbana era ridotta rispetto a quella contemporanea. La City si sviluppava all’interno delle antiche mura romane, mentre distretti come Westminster e Southwark costituivano municipalità separate.
Mappa e veduta panoramica di Londra nel 1616.
Le origini del rogo a Pudding Lane
La scintilla iniziale scoccò nella notte tra il 2 e il 3 settembre 1666 nella bottega di un fornaio di nome Farrinor, situata a Pudding Lane. L’artigiano andò a dormire senza estinguere completamente il camino, innescando la combustione della legna accatastata nelle vicinanze.
Mentre la famiglia del fornaio riuscì a mettersi in salvo calandosi da una finestra, la domestica rimase bloccata all’interno e divenne la prima vittima accertata dell’evento.
I fattori che alimentarono il fuoco
La rapida diffusione dell’incendio fu favorita da condizioni strutturali e climatiche precise:
- Materiali altamente combustibili: le abitazioni erano edificate prevalentemente in legno con coperture in paglia.
- Densità abitativa estrema: gli edifici erano addossati gli uni agli altri lungo vicoli molto stretti.
- Meteo sfavorevole: una prolungata siccità estiva aveva disidratato le travi, mentre forti raffiche di vento spinsero le fiamme attraverso i quartieri.
Il funzionario statale Samuel Pepys documentò la fuga caotica sul Tamigi: residenti ammassati su barche per salvare le proprie merci e persino piccioni che precipitavano al suolo con le ali bruciate dopo aver tentato invano di difendere i nidi.

La gestione dell’emergenza e il ritardo degli abbattimenti
Il protocollo antincendio dell’epoca prevedeva l’impiego di acqua e la demolizione preventiva degli isolati circostanti per creare linee tagliafuoco prive di combustibile. Il lord sindaco della City esitò a ordinare gli abbattimenti per timore di dover risarcire i costi di ricostruzione.
L’indecisione delle autorità municipali e della corte di re Carlo II permise alle fiamme di estendersi fino alla Torre di Londra e ai confini del complesso reale di Whitehall, prima che il rogo venisse arginato il 6 settembre.
Mappa dell’area della City di Londra distrutta dalle fiamme nel 1666.
Bilancio umano e la nuova ricostruzione
I registri ufficiali certificarono soltanto sei decessi, ma la cifra reale fu considerevolmente più alta. L’intensità termica distrusse integralmente i resti di centinaia o migliaia di persone appartenenti alle classi più povere.
Per la ricostruzione, la corona e la città incaricarono due commissioni guidate da architetti come Christopher Wren e Robert Hooke. Sebbene fosse stato proposto un nuovo tracciato a griglia, si scelse di riedificare sulle fondamenta preesistenti, preservando la pianta medievale ma imponendo l’uso esclusivo di pietra e mattoni.
A pochi metri dal punto d’innesco a Pudding Lane fu eretta una colonna commemorativa in pietra, nota come The Monument, progettata dallo stesso Wren per ricordare l’evento.



