Disponibile dal 4 settembre su Apple TV, Mayday sembrava destinato a essere l’ennesima commedia d’azione costruita su ritmo serrato e battute rapide. Il film scritto e diretto da Jonathan Goldstein e John Francis Daley — già autori di Dungeons & Dragons – L’onore dei ladri e Spider-Man: Homecoming — riserva una sorprendente profondità emotiva nel confronto finale tra i due protagonisti.
La formula della commedia d’azione ambientata nel 1987
La vicenda si colloca nel pieno del 1987, mentre nei cinema spopola Top Gun e la Guerra Fredda vive la fase complessa della “glasnost” tra Ronald Reagan e Michail Gorbačëv. Troy Kelly, nome di battaglia “Assassin”, è un brillante pilota di caccia della Marina degli Stati Uniti, legato unicamente a un padre anziano e malato.
Reclutato dalla CIA per una missione segreta nei cieli sovietici volta a raccogliere informazioni di spionaggio, Troy viene abbattuto in territorio nemico. Ferito gravemente, si risveglia legato a un letto all’interno di un rifugio isolato tra i ghiacci.
L’incontro tra Assassin e la spia del KGB
Di fronte al soldato americano compare Nikolai “Nick” Ustinov, interpretato da Kenneth Branagh. Si tratta di un ex ufficiale del KGB che coltiva una clandestina ammirazione per la cultura statunitense.
La convivenza forzata trasforma la fuga in un classico buddy movie. I due personaggi imparano a confrontare le rispettive visioni del mondo per tentare di sopravvivere in una regione completamente ostile.

Un omaggio agli anni ’80 privo di retorica
La colonna sonora scandisce l’epoca con brani identitari come Jump dei Van Halen e I’m on Fire di Bruce Springsteen. L’estetica visiva e narrativa richiama direttamente il cinema d’intrattenimento di quel decennio.
A differenza di molte produzioni storiche dell’epoca reaganiana, il lungometraggio riduce al minimo la propaganda nazionalista. La convinzione iniziale di Kelly sulla netta separazione morale tra blocchi contrapposti viene progressivamente ridiscussa attraverso il rapporto con Nick.
Il lungometraggio non cerca la complessità del cinema d’autore, ma mantiene un ritmo solido per due ore di durata. Da segnalare la spiegazione sulle origini dell’insolito soprannome del pilota, mostrata all’inizio dei titoli di coda.
Voto finale: 7

