“Volevo solo proteggerlo”: Lavitola ammette l’attentato a Ranucci e chiede i domiciliari

Valter Lavitola e le indagini sull'attentato a Sigfrido Ranucci
L'udienza davanti ai giudici del Tribunale del Riesame di Roma sul caso Ranucci.

Davanti ai giudici del tribunale del Riesame di Roma, Valter Lavitola ha reso dichiarazioni spontanee per spiegare il proprio ruolo nell’attentato dinamitardo compiuto lo scorso ottobre contro l’ex conduttore di Report, Sigfrido Ranucci.

L’indagato, detenuto nel carcere di Rebibbia, ha formalizzato la richiesta di concessione degli arresti domiciliari all’interno di un’abitazione situata in Basilicata.

La linea difensiva: “Volevo rafforzare la sua scorta”

Durante l’udienza durata circa tre ore, Lavitola ha descritto il legame che lo univa alla vittima: “Con Ranucci c’era un grande rapporto di amicizia e speravo che questo rapporto potesse riabilitare anche la mia figura con un riscatto sociale per me”.

L’imprenditore ha affermato di aver architettato l’azione per mettere in allarme le autorità e tutelare il giornalista: “Ho fatto tutto questo per proteggere Ranucci da un attentato di cui avevo notizie. C’era la necessità di proteggerlo tanto che per due mesi dopo i fatti di ottobre ho chiamato Ranucci per chiedere che la scorta gli fosse rafforzata”.

I legali hanno respinto l’ipotesi investigativa della Procura di Roma su presunti scopi politici, ribadendo che Ranucci non ha mai manifestato l’intenzione di candidarsi e contestava apertamente quando gli veniva proposto il tema.

Il ruolo di Gomes Tavares e la bomba

Lavitola ha sostenuto di non aver pianificato direttamente l’impiego dell’esplosivo: “L’attentato con la bomba è un’idea di Gomes Tavares rispetto alla quale mi assumo tutta la responsabilità”.

"Volevo solo proteggerlo": Lavitola ammette l'attentato a Ranucci e chiede i domiciliari

Davanti al collegio ha spiegato di aver dato “un mandato in bianco” all’esecutore, raccomandando tassativamente che l’intimidazione non provocasse feriti o danni fisici alle persone.

La contestazione dell’aggravante mafiosa

La versione difensiva punta a smontare la ricostruzione dei pubblici ministeri, secondo cui l’esplosione serviva a creare visibilità attorno alla figura del cronista per favorirne l’ingresso sulla scena politica.

Nelle motivazioni con cui a luglio sono state confermate le misure cautelari per i quattro componenti del commando, i giudici hanno definito l’intimidazione come “un’azione programmata ed eseguita su mandato di un soggetto sovraordinato”.

Il provvedimento giudiziario sottolinea la presenza dell’aggravante del metodo mafioso, evidenziando il pericolo di reiterazione desunto dai sopralluoghi preliminari e dall’uso di materiale esplosivo. Il tribunale del Riesame si è riservato la decisione finale sull’istanza di domiciliari.

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