La barca della Global Sumud Flotilla è approdata al pontile dell’Isola Edipo, sventolando la bandiera palestinese. A cinque minuti a piedi dal red carpet della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, circa cento persone si sono radunate per un sit-in promosso dalla rete Venice4Palestine.
Tra kefiah, cartelli e slogan scanditi al megafono, la mobilitazione ha riportato al centro del Lido le richieste respinte nei giorni scorsi dalla direzione del festival. In prima fila sul molo era presente anche l’attrice Irene Maiorino.
La disputa sulla bandiera al Palazzo del Cinema
I collettivi avevano chiesto ufficialmente che la bandiera palestinese venisse issata sul Palazzo del Cinema insieme ai vessilli degli altri Paesi rappresentati dalle opere in concorso. La risposta del direttore artistico Alberto Barbera ha chiuso ogni margine: la bandiera non poteva essere esposta perché la Palestina non costituisce uno Stato riconosciuto dall’Italia.
Una motivazione respinta con forza durante il presidio. «È una questione spinosa, ma è proprio il riconoscimento che servirebbe adesso», ha spiegato Maiorino. «Ci sono due film qui al festival in cui la terra d’origine dichiarata è la Palestina. Mi sembra un’incoerenza evidente: quella terra non appartiene ad altri, è terra palestinese».
L’attrice ha chiarito le ragioni della sua presenza fisica all’evento: «Non ho ancora l’esposizione mediatica necessaria per sostenere concretamente questo popolo come vorrei, ma credo nel valore dei piccoli gesti e nel dedicare tempo. Siamo a un punto di non ritorno ed è necessario dare un segnale».
Le richieste a festival e produzioni
Venice4Palestine ha rinnovato l’appello per la sospensione immediata di ogni accordo istituzionale con enti e aziende riconducibili al governo israeliano. Il dibattito tocca da vicino il ruolo politico degli interpreti e i vincoli professionali imposti dall’industria dell’intrattenimento.

«Ogni progetto va valutato attentamente, ma è una riflessione che va affrontata a prescindere», ha commentato Maiorino. «Non siamo davanti a una semplice guerra, ma a uno sterminio. È difficile schierarsi quando si è in minoranza, ma restare in silenzio in questo momento storico non è un’opzione accettabile».
Il confronto con Hollywood e i doppi standard
Il tema dell’impegno civile richiama i recenti casi internazionali, dalle sanzioni alle ripercussioni professionali subite oltreoceano da figure come Susan Sarandon. Maiorino ha citato l’esempio dell’attrice americana e di Jane Fonda come riferimenti di chi accetta il rischio di difendere posizioni scomode.
«Per la Russia sono state adottate misure nette, esclusioni dalle Olimpiadi all’Eurovision, che nei confronti di Israele non sono mai state applicate», ha sottolineato l’attrice, specificando la distinzione tra vertici politici e popolazione civile. «Non condanno un popolo, condanno un governo. Nel mondo molti ebrei si dissociano apertamente dall’esecutivo sionista».
Riguardo alla risposta dell’ambiente cinematografico italiano, Maiorino non ha nascosto margini di miglioramento: «C’è chi si spende e io stessa imparo da colleghi con maggiore esperienza politica e professionale. Il settore potrebbe e dovrebbe fare di più».

