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Attivisti bresciani fermati in Cisgiordania: Paula Jesus e Marco Cola sono atterrati in Italia dopo l’espulsione
Paula Jesus e Marco Cola sono atterrati all’aeroporto Marco Polo di Venezia alle ore 9.30, mettendo fine ai giorni di fermo trascorsi nelle strutture di detenzione israeliane. La coppia bresciana, fermata nei pressi del villaggio palestinese di Kafr Ni’ma insieme ad altri quattro connazionali, ha completato le procedure di espulsione tornando sul territorio nazionale.
«Siamo arrivati ora, siamo ai controlli con la Polizia», ha confermato Cola appena sbarcato dal volo che ha riportato il gruppo in Italia. I due volontari erano partiti per affiancare gli agricoltori locali nella raccolta delle olive, un’attività stagionale che ogni autunno catalizza forti tensioni nelle zone rurali della Cisgiordania. Ma cosa ha provocato l’intervento delle forze di sicurezza israeliane e quale scontro di versioni ha accompagnato il loro arresto?
Cosa è successo vicino a Kafr Ni’ma durante la raccolta delle olive
L’intervento delle forze di sicurezza israeliane è scattato venerdì nell’area compresa tra Kafr Ni’ma e Jabal al-Risan. Secondo quanto ricostruito dall’agenzia ANSA, Paula Jesus, fotoreporter iscritta all’albo fotografi e videomaker di Unicef Italia, e Marco Cola, presidente dell’associazione Aole che si occupa di minori con disabilità, si trovavano sul posto a sostegno delle famiglie palestinesi impegnate nei campi.
Per la coppia non si trattava della prima esperienza in aree critiche per documentare violazioni dei diritti, questioni ambientali e rotte migratorie. In questo frangente, la presenza internazionale fungeva da monitoraggio civile per consentire l’accesso ai terreni agricoli.
L’episodio è precipitato nel corso della mattinata, quando l’area agricola è diventata teatro di un confronto diretto tra coloni, agricoltori locali e volontari stranieri. Il bilancio immediato ha visto il fermo di sei cittadini italiani e di tre palestinesi.
Lo scontro di versioni: la narrazione televisiva e i report locali
Le ore successive all’arresto hanno fatto emergere due ricostruzioni opposte dell’accaduto. Nelle ore del fermo, le immagini di Jesus e Cola sono comparse sui canali social dell’emittente televisiva israeliana C14, che ha fornito un’interpretazione rigida della presenza del gruppo.
«Una dozzina di attivisti stranieri di estrema sinistra sono giunti presso un sito non autorizzato per la raccolta delle olive, vicino al ranch Sde Efraim, nel Binyamin, tentando di provocare disordini e violenze. Nonostante l’elevato numero di attivisti, sul posto, per la raccolta, erano presenti soltanto tre raccoglitori arabi locali».
La lettura offerta dai testimoni e dalle organizzazioni sul terreno descrive invece una dinamica rovesciata. Fonti locali riprese dall’agenzia palestinese Wafa hanno denunciato l’aggressione ai danni dei raccoglitori e dei giornalisti da parte di un gruppo di coloni, sostenendo che le forze militari siano intervenute arrestando i partecipanti aggrediti invece di allontanare i provocatori.
L’associazione locale Faza’a ha precisato che tra i fermati palestinesi figuravano il coordinatore locale dell’ente per l’area di Ramallah e due proprietari terrieri. Lo scopo dichiarato dei volontari internazionali era garantire una presenza protettiva per scongiurare raid durante la stagione del raccolto.
Molti commentatori sui social hanno ipotizzato che i connazionali fossero coinvolti in scontri di piazza o manifestazioni politiche clandestine. Al contrario, la diplomazia italiana ha confermato la natura unicamente rurale della loro permanenza, smentendo qualsiasi disegno insurrezionale sul campo.
«Non hanno fatto nulla, erano soltanto lì a fare attività agricola nella raccolta delle olive».
Dalla stazione di polizia all’espulsione immediata
Dopo il fermo nei campi di Kafr Ni’ma, i sei italiani sono stati condotti inizialmente presso la stazione di polizia dell’insediamento di Modi’in Illit per le prime verifiche identificative. Da lì, il gruppo è stato trasferito verso la struttura dedicata ai cittadini stranieri all’interno dell’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, snodo in cui vengono indirizzati i non residenti destinati al rimpatrio coatto.
Come documentato da Il Giorno, l’ambasciata italiana a Tel Aviv e il Consolato generale a Gerusalemme hanno ottenuto l’accesso consolare per verificare le condizioni fisiche dei connazionali e richiedere chiarimenti formali sulle accuse mosse dalle autorità di frontiera.
Il ruolo della Farnesina e le procedure di rientro
I sei volontari hanno firmato formalmente la richiesta di rientro anticipato attraverso i primi collegamenti commerciali disponibili. Sulla vicenda è intervenuto anche il deputato della commissione Esteri Giangiacomo Calovini, il quale ha ricordato che, nonostante il portale Viaggiare Sicuri sconsigli fermamente la permanenza in Cisgiordania per motivi di sicurezza, la tutela dello Stato per l’incolumità dei propri cittadini è rimasta tempestiva.
| Elemento della vicenda | Dettaglio accertato |
|---|---|
| Luogo del fermo | Villaggio di Kafr Ni’ma / Jabal al-Risan |
| Cittadini italiani coinvolti | 6 (inclusi Paula Jesus e Marco Cola) |
| Motivo della presenza | Monitoraggio civile e raccolta delle olive |
| Prima sede di detenzione | Stazione di polizia di Modi’in Illit |
| Punto di transito per l’espulsione | Aeroporto Ben Gurion (Tel Aviv) |
| Aeroporto di arrivo | Venezia Marco Polo |
Completati i controlli di frontiera a Venezia, i due attivisti possono ora raggiungere Brescia e riprendere i contatti con le rispettive associazioni territoriali.
Resta aperto il fascicolo politico sulla gestione della sicurezza per gli operatori umanitari e i giornalisti indipendenti che operano nelle aree rurali della Cisgiordania.
Cosa ne pensate dell’impegno dei volontari italiani in contesti ad alto rischio? Scrivetelo nei commenti.

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