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Beth Dobbin a letto 22 ore al giorno: la diagnosi di ME e i motivi del ritiro

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Beth Dobbin in pista durante una gara internazionale dei 200 metri
La velocista scozzese Beth Dobbin durante una competizione internazionale sui 200 metri.

L’ex velocista olimpica Beth Dobbin trascorre oltre 22 ore al giorno a letto, riuscendo a uscire dalla propria abitazione soltanto cinque volte nel corso dell’intero anno solare. L’atleta scozzese di 32 anni, semifinalista olimpica a Tokyo nei 200 metri con un record personale di 22.50 secondi, ha ufficializzato il proprio ritiro dall’atletica leggera il 13 aprile dopo una dura battaglia durata tre anni contro l’encefalomielite mialgica, patologia nota con la sigla ME/CFS che le ha sottratto completa autonomia fisica e lavorativa.

Mentre la memoria collettiva della sua storia personale associava spesso il suo nome alle crisi di epilessia affrontate in giovane età e superate con enorme resilienza fino ai traguardi mondiali, la causa del blocco totale e del conseguente stop agonistico è una patologia neurologica e multisistemica insorta bruscamente dopo un doppio focolaio infettivo. Il contrasto tra l’esplosività dello sprint e l’immobilità forzata racconta una realtà clinica severa, in cui ogni minimo stimolo visivo o sonoro può scatenare un crollo fisiologico devastante.

Dall’apice olimpico all’infezione: cosa ha scatenato la ME/CFS

Dall'apice olimpico all'infezione: cosa ha scatenato la ME/CFS

La parabola sportiva di Dobbin ha raggiunto vette storiche nel 2018, quando a Eton ha battuto con 22.84 il record scozzese dei 200 metri stabilito da Sandra Whittaker nel 1984, per poi portarlo nel 2019 a 22.50 allo stadio olimpico di Londra. Dopo aver centrato la semifinale ai Giochi Olimpici di Tokyo nel 2021 correndo in 22.85 e aver conquistato il bronzo con la staffetta 4×400 scozzese ai Giochi del Commonwealth di Birmingham, l’organismo ha iniziato a mostrare cedimenti invisibili ma inesorabili.

Tra l’inverno del 2021 e quello del 2022, la velocista ha contratto in rapida successione il Covid-19 e la mononucleosi, due infezioni virali apparentemente gestibili che hanno innescato un progressivo deterioramento sistemico. Durante la stagione 2022, Dobbin ha gareggiato convivendo con linfonodi ingrossati, faringite acuta, vertigini e disturbi del sonno, fino alla perdita di sensibilità alle gambe sui blocchi di partenza degli Europei di Monaco.

Ho perso tutto: la mia indipendenza, la salute, la capacità di lavorare. Mi sento come se il mio corpo si stesse spegnendo.

Quattro o cinque visite specialistiche successive hanno confermato il verdetto definitivo: encefalomielite mialgica, una condizione neuroimmunologica per la quale non esistono attualmente cure risolutive e il cui decorso è del tutto indipendente dalla precedente storia di epilessia dell’atleta.

Mito e realtà: perché non si tratta di semplice stanchezza

Mito e realtà: perché non si tratta di semplice stanchezza

La definizione diffusa di sindrome da fatica cronica genera spesso equivoci drammatici sull’effettiva gravità del quadro clinico. Dobbin ha evidenziato come la parola fatica non descriva minimamente la realtà: tra tutti i disagi fisici quotidiani, la stanchezza ordinaria si colloca a stento tra i primi venti sintomi percepiti.

L’elemento cardine della ME/CFS è il malessere post-sforzo, noto a livello medico come post-exertional malaise (PEM). In presenza di PEM, qualsiasi sforzo fisico, cognitivo o emotivo, anche modesto come parlare o sostenere una visita ematica di routine, innesca una reazione infiammatoria ritardata che provoca crash sistemici capaci di prolungarsi per giorni, settimane o interi mesi.

Aspetto Clinico Caratteristiche della Condizione
Origine primaria Infezioni virali consecutive (Covid e mononucleosi)
Sintomo cardine Malessere post-sforzo (PEM) con ricadute a lungo termine
Sensibilità sensoriale Ipersensibilità a luce intensa, suoni e stimoli ambientali
Approccio terapeutico Pacing energetico e trattamento mirato dei singoli disturbi
Pratica sconsigliata Esercizio fisico a incremento progressivo

Diversamente da quanto accade nelle patologie da decondizionamento muscolare, l’attività fisica forzata non produce alcun beneficio riabilitativo nei pazienti affetti da encefalomielite mialgica. Le linee guida sanitarie sconsigliano espressamente i programmi basati sull’incremento graduale dell’allenamento motorio, indicando il solo riposo calibrato come tutela del sistema vitale.

La gestione delle risorse vitali attraverso il pacing

In assenza di trattamenti farmacologici risolutivi, la gestione quotidiana della sindrome impone l’adozione rigorosa del pacing, un modello comportamentale che prevede la parcellizzazione millimetrica delle attività essenziali per non oltrepassare la soglia minima di riserva energetica.

  • Isolamento sensoriale: permanenza in ambienti con tapparelle abbassate e assenza di rumori forti per evitare sovraccarichi neurologici;
  • Limitazione della deambulazione: spostamenti ristretti allo spazio minimo tra camera da letto e servizi igienici per ridurre i crash muscolari;
  • Monitoraggio dell’interazione vocale: conversazioni ridotte o assenti, poiché anche venti minuti di dialogo possono compromettere l’equilibrio fisiologico per intere stagioni;
  • Controllo del dolore: utilizzo di presidi mirati per la gestione del dolore muscolare e delle alterazioni del sonno.

L’annuncio del ritiro sportivo maturato ad aprile è giunto al termine di un triennio in cui l’atleta non ha più potuto prendere parte a sessioni di pista o competizioni. Utilizzare la propria risonanza pubblica da ex campionessa rappresenta per Dobbin l’unico modo per dare credibilità e voce ai pazienti invisibili costretti all’isolamento domiciliare.

💚 Comprendere la complessità dell’encefalomielite mialgica è il primo passo per superare pregiudizi diffusi su queste patologie invisibili.

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