Lontano dai riflettori internazionali, la Repubblica Democratica del Congo affronta l’epidemia di Ebola più letale della sua storia. L’infezione corre a velocità inedita, sostenuta da un contesto di guerra civile e sfollamenti di massa.
I dati diffusi dalle autorità sanitarie registrano oltre 6.300 contagi confermati e circa 3.100 vittime. In appena quindici giorni i decessi sono cresciuti del 30%, passando dai 2.378 del 16 agosto agli oltre tremila attuali.
La minaccia del ceppo Bundibugyo
A differenza delle crisi passate, l’ondata in corso non è provocata dal ceppo Zaire. Il responsabile è il virus Bundibugyo, una variante meno studiata per la quale non esistono al momento vaccini o terapie antivirali omologati.
I farmaci e le profilassi che avevano fermato le epidemie precedenti si rivelano inefficaci contro questo ceppo. I medici devono fare affidamento quasi esclusivamente su terapie di supporto, reidratazione e trattamento dei sintomi.
Le ricerche cliniche e le sperimentazioni sul campo procedono a rilento a causa dell’instabilità cronica delle province orientali del Paese.
Il fronte di Medici Senza Frontiere sul terreno
Medici Senza Frontiere schiera oltre 1.400 operatori nelle province di Ituri, Nord Kivu, Sud Kivu, Tshopo e Haut-Uélé. L’organizzazione garantisce oltre 430 posti letto distribuiti in sei centri di trattamento specializzati, coprendo circa un terzo dell’intera risposta sanitaria nazionale.
Dall’inizio dell’emergenza i ricoveri hanno superato quota 1.900, con almeno 720 diagnosi accertate da analisi di laboratorio.
La testimonianza da Bambu: logistica estrema e paura
Martina Marchiò, medico e vicepresidente di MSF Italia, coordina gli interventi nella remota area di Bambu, in Ituri. L’accesso a queste comunità richiede ore di viaggio su piste impraticabili e costanti valutazioni sui rischi di sicurezza legati agli scontri armati.
L’epidemia colpisce duramente anche gli operatori sanitari locali, esposti sia al contagio sia allo sfinimento operativo per la carenza di presidi di protezione e laboratori da campo.
Molti malati evitano gli ospedali per il timore di morire lontani dai parenti o per la sfiducia verso le strutture governative. La collaborazione con le autorità locali e i leader tradizionali resta l’unica via per spezzare le catene di trasmissione.
Nel campo sfollati di Rho, vicino a Drodro, circa 50.000 persone vivono stipate in condizioni igieniche critiche. Qui il coinvolgimento diretto dei capi villaggio ha permesso di isolare precocemente i casi sospetti, scongiurando una catastrofe ancora peggiore.

