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Marco Cola e gli attivisti fermati in Cisgiordania: il racconto del carcere e il rientro a Brescia
L’attivista Marco Cola è rientrato in Italia dopo essere stato fermato in Cisgiordania insieme alla compagna Paula Jesus e ad altri connazionali dalle forze di sicurezza israeliane. Il loro fermo ha innescato momenti di forte apprensione fino all’arrivo all’aeroporto di Venezia, da dove i due hanno subito fatto ritorno a Brescia per raccontare ciò che è accaduto durante le ore di custodia.
Le testimonianze rilasciate dai protagonisti al loro arrivo svelano le condizioni vissute dentro la struttura di detenzione, tra mancate tutele legali e trattamenti degradanti. La vicenda apre interrogativi pesanti sulle modalità con cui sono stati gestiti i volontari e sui maltrattamenti subiti dai residenti locali durante le operazioni sul campo.
Chi è l’attivista Marco Cola e chi si trovava con lui al momento del fermo?
Marco Cola è un attivista originario di Brescia fermato dalle autorità israeliane insieme alla compagna Paula Jesus e ad altri quattro cittadini italiani. In totale, il gruppo coinvolto nell’operazione era composto da 6 italiani presenti sul territorio palestinese.
La coppia bresciana condivideva l’esperienza sul campo con gli altri connazionali e con gli abitanti del luogo, prima che intervenissero le forze armate a interrompere le loro attività. Nessuno del gruppo ha potuto opporsi al trasferimento coatto nelle strutture di detenzione israeliane, dove sono stati separati e identificati.
Perché il gruppo di attivisti italiani si trovava in Cisgiordania?
Gli attivisti stavano partecipando alla raccolta delle olive in un podere palestinese situato a una ventina di chilometri da Ramallah. La raccolta agricola è un’attività comunitaria che spesso vede la presenza di volontari esteri a supporto dei contadini locali nei territori occupati.
Secondo quanto ricostruito da Gazzetta di Parma, l’intervento delle autorità si è verificato di venerdì proprio mentre le persone presenti erano impegnate nel lavoro agricolo tra i filari. Da quel momento è scattato il blocco dell’intera area con il conseguente arresto sia dei volontari internazionali sia dei proprietari dei campi.
Cosa ha denunciato Marco Cola riguardo al trattamento subito in carcere?
L’attivista bresciano ha denunciato di essere stato perquisito, interrogato e spogliato senza alcuna assistenza legale per l’intera durata del fermo. Le sue parole descrivono una condizione di totale isolamento e violazione dei diritti basilari riconosciuti ai detenuti.
«Ci hanno perquisito, interrogato, scannerizzato e denudato, senza mai darci la possibilità di parlare con un avvocato», ha spiegato Marco Cola ricostruendo l’inizio della detenzione. Le donne italiane del gruppo, come ha precisato lo stesso attivista, non sarebbero state colpite fisicamente, ma l’impatto psicologico dell’esperienza è stato pesante per tutti i presenti.
Le condizioni della prima notte senza acqua e cibo
Le ore trascorse nelle celle sono state segnate da una sistematica privazione del sonno e da condizioni igienico-sanitarie precarie, come riportato anche da www.agenziagiornalisticaopinione.it. Le luci delle stanze sono rimaste accese senza sosta, accompagnate da continui rumori provocati per impedire il riposo.
«Ogni venti minuti venivano a svegliarti, con le luci sempre accese, rumori, insulti e derisioni. La prima notte siamo rimasti senza acqua e non ci hanno dato da mangiare fino alle sette del mattino successivo. Abbiamo chiesto anche della carta igienica, ma non c’era. Ora sono pieno di bolle su tutto il corpo», ha raccontato Cola descrivendo i postumi fisici dell’esperienza.
Cosa è accaduto ai proprietari palestinesi dei terreni agricoli?
I cittadini palestinesi proprietari dei campi di olive hanno subito violenze fisiche molto più gravi rispetto ai volontari stranieri. Cola ha tracciato una netta linea di separazione tra il trattamento riservato agli italiani e quello inflitto ai lavoratori residenti.
L’attivista ha riferito chiaramente che i palestinesi sarebbero stati «massacrati di botte» durante le fasi dell’operazione e della custodia. Questa differenza di condotta sottolinea la durezza usata nei confronti di chi vive stabilmente nell’area rispetto ai cittadini muniti di passaporto europeo.
Come e quando sono rientrati gli attivisti a Brescia?
Il rientro in patria è avvenuto tramite un volo partito da Israele e atterrato allo scalo aeroportuale di Venezia. Subito dopo lo sbarco, Marco Cola e Paula Jesus hanno intrapreso il tragitto via terra per tornare nella propria abitazione a Brescia.
Il viaggio di ritorno ha posto fine alla misura restrittiva dopo giorni di incertezza sul loro destino. Nonostante il sollievo per il ritorno a casa, i due attivisti mostrano i segni evidenti delle privazioni e dello stress patito all’interno della struttura carceraria.
E adesso quali saranno le conseguenze di questa vicenda?
Il ritorno a Brescia permette a Marco Cola e ai suoi compagni di curare i traumi fisici e approfondire le ragioni del provvedimento eseguito dalle autorità israeliane. La denuncia pubblica sui maltrattamenti e sul mancato accesso a una difesa legale riaccende i riflettori sulla protezione degli osservatori e dei volontari in Cisgiordania.
Cosa ne pensate del racconto di Marco Cola sulle condizioni vissute durante il fermo? Dite la vostra nei commenti.

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