L’inverno sull’Italia potrebbe rivelarsi una stagione a due facce, senza alcuna linearità. A delineare la tendenza è il meteorologo Mario Giuliacci, che individua una prima fase decisamente avara di piogge seguita da una brusca sterzata fredda a inizio anno.
I modelli climatici a lungo raggio faticano a inquadrare la circolazione atmosferica attraverso i parametri tradizionali. Tre fattori di scala planetaria stanno infatti convergendo per condizionare l’assetto euro-mediterraneo: l’oscillazione stratosferica equatoriale (QBO), il Tripolo Atlantico e un evento estremo legato a El Niño.
Tre anomalie globali dietro l’evoluzione del clima
La circolazione atmosferica su scala continentale risente dell’interazione diretta tra correnti oceaniche e stratosfera. In questo scacchiere, la combinazione dei tre indici climatici crea una configurazione inedita.
Il Tripolo Atlantico descrive una precisa distribuzione delle temperature superficiali dell’oceano Atlantico centro-settentrionale. Contemporaneamente, la Quasi-Biennial Oscillation governa l’alternanza biennale dei venti nella stratosfera equatoriale, condizionando la tenuta del vortice polare.
Il ruolo del Super El Niño nel Pacifico
La vera incognita risiede tuttavia nel Pacifico tropicale. I dati evidenziano un surriscaldamento eccezionale delle acque superficiali, con anomalie termiche stimate tra i 2 e i 3 gradi oltre la norma.
«È un El Niño fortissimo, mai registrato», avverte Giuliacci. Negli ultimi cinquant’anni, l’analisi di una ventina di eventi simili ha mostrato un impatto quasi trascurabile o del tutto nullo sul territorio italiano.
L’intensità inedita di questo ciclo, incastrata con le anomalie dell’Atlantico, rende però imprevedibile la risposta dell’atmosfera europea, aprendo la strada a strappi meteo anche marcati.
La prima fase: novembre e dicembre con scarse precipitazioni
La prima porzione della stagione invernale rischia di prolungare il deficit idrico su gran parte della penisola. I mesi di novembre e dicembre si profilano dominati da regimi anticiclonici stabili, con una marcata latitanza delle perturbazioni atlantiche.
«Prima parte dell’inverno: novembre e dicembre senza pioggia e con poche nevicate», sottolinea Giuliacci. La scarsità di precipitazioni limiterà drasticamente anche la formazione del manto nevoso sulle dorsali montuose.
A questa distanza temporale non è possibile localizzare nel dettaglio i singoli settori regionali più colpiti dalla siccità. Il segnale dominante resta tuttavia quello di un prolungato blocco atmosferico.
La svolta termica: cosa attendersi tra gennaio e febbraio
Il ribaltamento barico potrebbe concretizzarsi nelle prime settimane del nuovo anno. Tra gennaio e febbraio l’assetto delle correnti virerà verso una maggiore dinamicità, favorendo discese di aria artica verso il Mediterraneo.
«Gennaio e febbraio saranno molto dinamici. Probabilmente avremo un’ondata d’aria fredda», segnala l’esperto, senza escludere il rischio di nevicate significative a quote basse.
Le proiezioni su scala stagionale non equivalgono a un bollettino previsionale per la singola vallata o per una data specifica. «Non mi chiedete adesso se nevicherà sui rilievi lucani, campani o nel vostro giardino», ribadisce Giuliacci, ricordando i limiti scientifici dei modelli a lunghissimo termine.
L’attenzione resta puntata sulla transizione brusca da periodi asciutti a improvvise fasi perturbate, una dinamica che riflette la crescente polarizzazione climatica del bacino del Mediterraneo.

