Tonno rosso, fino a 16 kg di pesce selvatico per produrne uno: la realtà dell’ingrasso in gabbia

Esemplare di tonno rosso che nuota in mare aperto
La filiera dell'ingrasso del tonno rosso richiede enormi quantità di piccoli pelagici prelevati direttamente in mare.

Dopo decenni di sovrasfruttamento e il concreto rischio di collasso della specie, il tonno rosso dell’Atlantico sembrava aver superato la fase critica grazie a rigide quote e controlli internazionali. Tuttavia, dietro la ripresa degli stock si consolida una filiera industriale sempre più invasiva: quella dell’ingrasso in gabbie marine offshore.

Un recente rapporto di Compassion in World Farming (CIWF) evidenzia una crescita vertiginosa delle strutture dedicate a questa pratica. Tra il 2006 e il 2026 il numero degli impianti autorizzati è passato da 13 a 123, portando il volume degli esemplari trasferiti in gabbia a sfiorare il milione all’anno.

Il modello dell’ingrasso: una cattura differita

La definizione di acquacoltura associata al tonno rosso risulta tecnicamente imprecisa. Non si tratta di riproduzione e crescita a ciclo chiuso, bensì di un sistema intensivo di ingrasso.

I pesci vengono catturati vivi in mare aperto, soprattutto nel Mediterraneo, tramite reti a circuizione. Successivamente vengono rimorchiati e rinchiusi in grandi gabbie galleggianti per diversi mesi, con l’obiettivo di massimizzare rapidamente la percentuale di grasso richiesta dai mercati internazionali del sushi.

La voragine ecologica: 16 chili di pescato per un chilo di prodotto

A differenza di altre specie d’allevamento che tollerano mangimi vegetali o bilanciati, il tonno rosso è un predatore all’apice della rete trofica. La sua dieta in cattività si basa quasi esclusivamente su pesce intero selvatico: sardine, acciughe, aringhe e sgombri.

I calcoli presentati da CIWF indicano che per ottenere un singolo chilo di tonno commercializzabile occorrono tra i 7 e i 16 chili di pesce selvatico. Il bilancio biomassa in ingresso e in uscita risulta quindi marcatamente sbilanciato.

Un tonno destinato a produrre circa 200 chili di carne arriva a consumare fino a 3 tonnellate di piccoli pesci durante la permanenza in gabbia. Si tratta dell’equivalente di circa 33.000 sardine o oltre 166.000 acciughe per un unico esemplare.

Pressione sulla catena trofica e sicurezza alimentare

Il prelievo massiccio di piccoli pelagici incide direttamente sull’equilibrio degli ecosistemi marini. Queste specie trasferiscono l’energia primaria ai livelli superiori della piramide biologica, alimentando uccelli marini, cetacei e altri predatori.

Tonno rosso, fino a 16 kg di pesce selvatico per produrne uno: la realtà dell'ingrasso in gabbia

Allo stesso tempo, la sottrazione di pesce azzurro impoverisce una fonte primaria di proteine a basso costo per diverse popolazioni costiere, in particolare nell’Africa settentrionale e subsahariana, dove la pesca locale compete con le forniture destinate agli ingrassatori esteri.

Opacità dei dati e discrepanze commerciali

La quantificazione precisa dell’impatto resta ostacolata da significative carenze di trasparenza. Il documento di CIWF segnala marcate discrepanze tra le banche dati internazionali per quanto riguarda i volumi di cattura, le quote di biomassa introdotte negli impianti e il prodotto finale esportato.

L’assenza di dati uniformi impedisce di mappare con precisione l’effettiva provenienza del pesce impiegato come mangime e la reale sostenibilità economica e biologica dell’intero comparto.

Spazi angusti e benessere animale compromesso

L’aspetto etico e biologico solleva ulteriori criticità legate alla natura del tonno rosso dell’Atlantico. Questo grande pelagico è una specie altamente migratoria, capace di compiere fino a 10.000 chilometri all’anno e di percorrere tratte giornaliere di 260 chilometri in mare aperto.

Per la sua conformazione fisiologica, il tonno rosso è un nuotatore obbligato: necessita di muoversi continuamente per garantire il flusso d’acqua attraverso le branchie e consentire la respirazione. Lo spazio limitato di una gabbia altera radicalmente questa dinamica motoria.

Le ispezioni documentate nel rapporto hanno registrato gravi lesioni fisiche tra gli esemplari stabulati. Si riscontrano frequenti abrasioni cutanee da sfregamento contro le reti, danni irreversibili alle pinne e la perdita degli occhi, problematiche aggravate dallo stress delle manovre di cattura, traino e abbattimento finale.

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