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Un jeu dangereux: recensione del film con Valeria Bruni Tedeschi e Vincent Perez alla Festa di Roma
Il dramma psicologico Un jeu dangereux approda alla Festa del Cinema di Roma, nella sezione Grand Public della ventunesima edizione, portando sul grande schermo un triangolo relazionale claustrofobico guidato da Valeria Bruni Tedeschi, Vincent Perez e Zahia Dehar. L’opera, diretta da Karine Silla, scompone i meccanismi del controllo e della dipendenza emotiva all’interno di una cornice apparentemente idilliaca nel sud della Francia, dove le tensioni private finiscono per esplodere in una spirale tossica.
Adattamento cinematografico del romanzo Qui ne dit mot consent di Alma Brami, il lungometraggio segna il ritorno dietro la macchina da presa di Karine Silla, al suo secondo film da regista dopo l’esordio del 2011 con Un baiser papillon. L’autrice sceglie di esplorare cosa accade quando l’amore si trasforma in una trappola sottile e i confini del consenso scivolano verso la sopraffazione psicologica.
Dinamiche di potere e menzogne nella villa dorata

La narrazione è ambientata in una lussuosa residenza provvista di piscina e orto, dove Louise e Bruno vivono un matrimonio che dura da oltre vent’anni. Bruno, sessantenne ossessionato dalla cura del corpo e dalla corrida, convive con Louise, donna fragile ed elegante la cui serenità dipende dall’uso quotidiano di ansiolitici. L’apparente armonia coniugale viene messa alla prova dall’arrivo di Adèle, una collega divorziata di Bruno, invitata a trascorrere le vacanze con loro.
Quello che si prospetta come un soggiorno tranquillo assume presto i contorni di un ménage à trois controllato da Bruno, che allaccia una relazione con entrambe le donne. Tra brindisi continui, sguardi carichi di insofferenza e patti taciti, l’intesa fra i tre si sgretola, trasformando le mura domestiche in una vera e propria gabbia psicologica dove le certezze affettive cedono il passo al rancore.
Un errore comune nell’analisi delle relazioni tossiche su schermo è considerarle sempre frutto di una sottomissione violenta e visibile, mentre la sottomissione nasce spesso da un privilegio materiale interiorizzato e scambiato per affetto.
La regia mette in risalto il modo in cui il denaro e il benessere materiale agiscano da schermo protettivo contro la consapevolezza del dolore. Louise fatica a riconoscere la manipolazione emotiva del consorte proprio perché avvolta dagli agi di una routine privilegiata, arrivando a giustificare l’abuso come una naturale declinazione del loro legame.
La trappola del desiderio secondo Karine Silla
Nel mettere in scena il triangolo amoroso, Karine Silla punta fortemente sull’esibizione della sensualità e sul contatto fisico tra i tre interpreti, adoperando i corpi come veri e propri strumenti di dominio. La seduzione diventa la leva principale con cui Bruno esercita il proprio ascendente, alternando lusinghe e silenzi per tenere legate a sé la moglie e l’amante.
Lo sguardo dei figli a distanza
Un elemento che arricchisce il quadro emotivo della vicenda è rappresentato dai figli della coppia. Benché lontani fisicamente dalla residenza nel sud della Francia, i giovani osservano a distanza l’involuzione del legame genitoriale, manifestando un’ansia crescente per il destino emotivo della madre di fronte alle scelte paterne.
| Elemento narrativo | Funzione drammatica nel film |
|---|---|
| Residenza nel sud della Francia | Prigione dorata dove il lusso isola la coppia e amplifica la dipendenza emotiva |
| Dinamica a tre con Adèle | Meccanismo di rottura che svela la manipolazione narcisistica di Bruno |
| Uso di ansiolitici da parte di Louise | Segnale del disagio interiore ignorato e coperto dall’apparenza coniugale |
| Interazione a distanza con i figli | Prospettiva esterna preoccupata che evidenzia la tossicità del rapporto |
Le scelte stilistiche e la ricezione critica

Sul piano formale, l’opera divide la critica per via di un registro recitativo spesso sopra le righe. Gli interpreti si muovono all’interno di toni drammatici esasperati, caratterizzati da risate forzate, fumo continuo di sigarette e posture teatrali che richiamano la struttura del dramma da camera.
Se da un lato la recensione di Cinefilos evidenzia l’ambiguità psicologica della narrazione e l’abilità nel descrivere la dipendenza affettiva senza definire confini manichei tra colpevoli e vittime, dall’altro la valutazione di Sentieri Selvaggi assegna alla pellicola un voto di 1.5 su 5, criticando la tendenza a scivolare in un tono giudicante verso le vittime e superficiale nella gestione del thriller domestico.
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